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LA DIVERSIFICAZIONE SERVE A CHI NON SA, O FORSE NO

Chi si interessa anche solo un minimo di finanza si sarà imbattuto almeno una volta in una celebre frase di Warren Buffett:
 “La diversificazione è una protezione contro l’ignoranza. Non ha molto senso per coloro i quali sanno cosa stanno facendo”.


Una frase potente, di quelle che vengono citate ovunque, spesso però con un effetto collaterale non indifferente: fa sentire “quasi esperti” un po’ tutti. Il problema è che quel “chi non sa cosa sta facendo” non si riferisce solo a chi non ha mai aperto un libro di finanza o non distingue un’azione da un’obbligazione. Si riferisce, in realtà, a quasi tutti.


Perché sapere davvero cosa si sta facendo, nel mondo degli investimenti, significa avere informazioni, strumenti, tempo e competenze che appartengono a una cerchia ristrettissima. Parliamo di hedge fund, grandi investitori istituzionali, team di analisti che lavorano a tempo pieno sui mercati. Non certo del risparmiatore medio che investe una parte dello stipendio a fine mese.


Acquistare, vendere e gestire singoli titoli non è solo una questione di “avere qualche conoscenza in più”. È, a tutti gli effetti, un lavoro. Il lavoro di chi passa le giornate sui mercati, studia bilanci, confronta aziende, analizza concorrenti e segue flussi di notizie in tempo reale.


Pensare di poter fare tutto questo nel tempo libero è poco realistico. Facciamo già il nostro lavoro, con le sue 8 o 10 ore al giorno, torniamo a casa stanchi e, realisticamente, l’ultima cosa che ci va di fare è metterci a leggere i bilanci di tutte le aziende in portafoglio. O, peggio ancora, dei loro concorrenti. O aggiornarsi ogni singolo giorno su riviste, report, articoli, trimestrali, cambi di scenario, nuove opportunità e nuovi rischi.


E anche volendo farlo, il problema non sarebbe solo il tempo, ma la continuità. I mercati non si muovono quando abbiamo voglia o quando siamo lucidi: si muovono sempre. Richiedono attenzione costante, decisioni rapide, sangue freddo. Tutte cose difficili da garantire dopo una giornata di lavoro, con la vita personale che giustamente chiede spazio.


Ed è proprio qui che si rompe l’illusione del “faccio qualche titolo e via”. Gestire singole azioni non è impossibile, ma è incompatibile con la vita della maggior parte delle persone. Non per mancanza di intelligenza, ma per una semplice questione di tempo, energie e priorità.


Gli hedge fund e gli addetti ai lavori fanno esattamente tutto questo per un motivo molto chiaro: battere il mercato. È il loro mestiere. È così che giustificano le commissioni, attirano capitali, aumentano l’appeal verso gli investitori e, soprattutto, si differenziano dagli altri. In pratica, devono dimostrare di essere migliori della media. Sempre.


Ora, la domanda interessante è: quanti ci riescono davvero?
Spoiler: pochi. Molto pochi.


Secondo una ricerca tedesca condotta su un campione di circa 3.000 hedge fund, solo il 6,6% è riuscito a battere il mercato nel decennio 2014–2024, prendendo come riferimento l’S&P 500. Non il 60%. Non il 30%. Sei virgola sei.

E non è un’eccezione: allargando il campo di osservazione, su orizzonti di dieci anni, la percentuale di chi riesce a fare meglio del mercato raramente supera il 10%.


E qui arriva la parte interessante. Stiamo parlando di istituzioni finanziarie, non di investitori improvvisati. Fondi che gestiscono centinaia di milioni, spesso miliardi di euro. Con team dedicati di analisti, asset manager, trader professionisti, modelli quantitativi, accesso a informazioni di prim’ordine. Alcuni di loro hanno persino la possibilità di sedersi a un tavolo con il consiglio di amministrazione o con il CEO delle aziende in cui investono.


Eppure, nonostante tutto questo arsenale, oltre il 90% non riesce a battere il mercato su un orizzonte decennale. E più l’orizzonte temporale si allunga, più questa percentuale si assottiglia. Come se il tempo, invece di aiutare, mettesse ancora più a nudo quanto sia difficile fare meglio della media in modo costante.


A questo punto la domanda sorge spontanea, quasi inevitabile:
 se nemmeno chi lo fa per lavoro, con risorse enormi e competenze fuori scala, riesce sistematicamente a battere il mercato… perché dovremmo riuscirci noi dal divano di casa?


In un mondo in cui ogni rendimento ha un prezzo da pagare in termini di rischio, ce n’è uno che può essere drasticamente abbattuto senza rinunciare a nulla. Nessuna magia, nessun trucco nascosto, nessuna promessa irrealistica. Solo buon senso.


Il rischio specifico è il rischio legato al singolo titolo. È il rischio che riguarda un’azienda in particolare: un management che sbaglia, un prodotto che non funziona, uno scandalo, un concorrente che arriva prima, una regolamentazione che cambia da un giorno all’altro. Tutti eventi impossibili da prevedere con certezza, anche per chi analizza bilanci da vent’anni.


Ed è proprio questo il punto: puoi essere preparato, informato, attento, ma il destino di una singola azienda resta, in parte, fuori dal tuo controllo. Quel rischio non viene pagato con un rendimento extra. È solo rumore, incertezza inutile.


La buona notizia è che questo rischio può essere quasi eliminato. Come? Attraverso la diversificazione. Distribuire il capitale su più aziende, settori, aree geografiche significa smettere di dipendere dalle sorti di un solo titolo. Se una va male, non ti trascina a fondo. Se una va molto bene, contribuisce al risultato complessivo senza diventare una scommessa da casinò.


Ecco perché la diversificazione non è una scelta “prudente” in senso negativo, né un compromesso al ribasso. È una decisione razionale. È l’unico rischio che puoi ridurre senza pagare un prezzo. L’unico vero pasto gratis che la finanza mette sul tavolo.

Ignorarlo, a questo punto, non è coraggio. È semplicemente inutile esporsi a un rischio che non serve a nulla.



Cosa voglio dire con tutto questo?


Non si tratta di denigrare le mie o le vostre conoscenze in materia, né di sminuire l’impegno di chi studia, legge e cerca di capire come funzionano i mercati. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più scomodo: il confronto non è alla pari.


Chi prova a battere il mercato compete contro istituzioni che hanno risorse enormi, informazioni tempestive, accesso diretto al management delle aziende, modelli quantitativi avanzati e team che lavorano su questo ventiquattro ore su ventiquattro. E, nonostante tutto questo, nella stragrande maggioranza dei casi non battono il mercato.


A questo punto la domanda diventa inevitabile: se non ce la fanno loro, che fanno questo di mestiere, con capitali giganteschi e strutture dedicate, perché dovremmo riuscirci noi dal tavolo della cucina, con un portatile acceso la sera dopo una giornata di lavoro?


Qui non siamo nemmeno più nel classico racconto di Davide contro Golia. Quella, tutto sommato, era una sfida con un esito sorprendente ma plausibile. Qui stiamo dicendo che domani la Pergolettese scende in campo contro il Real Madrid e porta a casa la vittoria. Possibile? Sì, teoricamente, se i giocatori del Real mettono le scarpe al contrario e si dimenticano come si gioca. Probabile? Decisamente no. E costruire una strategia finanziaria sulla speranza di un evento del genere non è coraggio, è imprudenza.


Ed è proprio per questo che la diversificazione e l’investimento passivo non sono una resa, ma una scelta intelligente. Significa smettere di voler dimostrare qualcosa al mercato e iniziare a usarlo a proprio favore. Significa accettare che non serve essere più bravi di tutti, basta non fare errori evitabili.


Il mercato, nel lungo periodo, premia chi resta dentro, chi riduce i rischi inutili e chi capisce che non deve vincere ogni singola partita, ma il campionato.


In altre parole, la diversificazione non è una rinuncia al rendimento. È una scelta di umiltà, di realismo e, paradossalmente, di grande forza. 

Perché non serve avere ragione sempre: basta evitare di avere torto una volta sola, quella sbagliata.